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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Steve (del 30/04/2012 @ 20:09:05, in Notizie, linkato 31 volte)
Buongiorno a te sostenitrice o sostenitore di Crewforafrica Onlus. Anche quest'anno ti invitiamo a destinare il tuo 5x1000 per i progetti in corso a Gibuti, in particolare per l'Ospedale Balbala e per la Scuola Miriam. Il tuo contributo a te non costerà nulla ma potrà essere invece significativo per molte persone che vivono nella baraccopoli. Grazie di cuore per la tua scelta ! Crewforafrica Onlus Il nostro numero di codice fiscale è: 93029210031 . Destinare il 5 per mille delle tue imposte non costa nulla, ecco come fare. Basta firmare nell'apposito riquadro del CUD 2011, del modello 730/2011, o del Modello Unico Persone Fisiche, e riportare nell'apposito spazio il codice fiscale dell'organizzazione scelta. Importante! Le scelte di destinazione dell’8 per mille e del 5 per mille dell’IRPEF non sono in alcun modo alternative fra loro. Pertanto possono essere espresse entrambe. ESEMPIO RIQUADRO Casella di testo: Le organizzazioni non lucrative di utilità sociale (ONLUS)FIRMA ……………Mario Rossi……………..……Codice fiscale del beneficiario 93029210031 Le organizzazioni non lucrative di utilità sociale (ONLUS) FIRMA ……………Mario Rossi……………..…… Codice fiscale del beneficiario 93029210031
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Di Steve (del 16/04/2012 @ 18:57:30, in Notizie, linkato 38 volte)
Un anno dopo sono tornato in quella tinozza umida e bollente che è Gibuti. Sono passate circa 18 ore, tra attese, cambi di aereo e scali tecnici. Ma sabato scorso, 17 marzo 2012, alle afose 22.30 locali, sono sbarcato e mi sono messo in fila per uscire. Pagato il visto per un mese, devo passare anche il controllo valigie. Ho due file: in quella di sinistra c’è una poliziotta irrancidita che fa aprire tutti i bagagli. Nella fila di destra c’è un ometto stanco, con la futah, che, a sbadigli alternati, fa aprire una valigia sì e una no. Al soffitto, cigolanti ventilatori girano lenti l’aria con l’aria di sfotterti. Decido per l’ometto, ma prima delle valigie si deve passare un altro controllo dei passaporti. Vado verso una giovane agente vestita e truccata all’occidentale, praticamente uscita da un telefilm, che mi ferma. Le mostro un vecchio tesserino dell’Ospedale Balbala, che mi gioco in questi casi, mentre le recito la mia filastrocca su chi sono, dove andrò e così via. Più rilassata, perché conosce il Balbala, mi chiede la mia mansione in ospedale; è solo curiosa perché sua mamma è stata operata dal mio amico chirurgo che vive e lavora qui. Considerato il numero dei componenti della famiglia media gibutina e cioè dalle otto alle dieci persone, a forza di gradi di parentela, praticamente tutti hanno almeno un familiare operato da Carlo, che d'altra parte è più di trent'anni che opera in tutto il Corno d'Africa, e non solo. E così la ragazza fa un cenno a quell'ometto che, finalmente, mi fa uscire senza apertura delle valigie, piene di farmaci e altre cose preziose da queste parti. Carlo mi aspetta fuori; è già buio e col pick-up andiamo in chiacchiere verso casa, dove ci aspetta Miriam, sua moglie. Anche lei lavora da anni nel Corno d'Africa; si occupa di programmi di lotta alla malnutrizione e alle mutilazioni genitali femminili. Lavora a contatto diretto con le persone coinvolte da quei programmi. Ma le lotte più pesanti le fa quando si scontra con chi gestisce malamente questi problemi, da posti di potere o da lontani uffici ben climatizzati. La memoria degli odori ritrovati entra dal finestrino aperto e mi riporta subito alle missioni passate: è il solito aerosol di gas di scarico, carburante, spazzatura in decomposizione o che brucia. A volte però, passando in strade più strette, vicino alle abitazioni capita anche il profumo d'incenso o di mirra che ardono nel braciere. Mi basta, per riconciliarmi col posto. A letto nella mia stanza, fatico a prendere sonno per la stanchezza del viaggio e il caldo. È strano ma ricordo cosa pensavo l'anno prima, nella stessa camera, mentre ronzava la ventola al soffitto: pensavo a quanto sapevo di Mohamed. Pensavo a Mohamed perchè riflettevo su latitudine, longitudine e solitudine, un terzo parametro che uso nella mia personale geografia. Penso che latitudine e longitudine possono determinare anche quanta solitudine, e non solo, ci potrà essere nella vita di un bambino, di una donna o di un uomo. Il luogo in cui si nasce può essere giusto o sbagliato, e non da un punto di vista etico, ma di possibilità di sopravvivenza, per esempio. Ma non basta. Il tempo storico lo si potrebbe considerare, a volte, un parametro che influenza il destino o lo stile di vita di singole persone o società: in epoche antiche si viveva peggio che in quelle moderne, a certe latitudini meglio o peggio che in altre. Non sono d'accordo. Credo invece che conti molto di più il singolo destino di ognuno di noi. Il destino, qualsiasi significato gli si voglia dare, entra anch'esso in relazione con le coordinate della mia geografia. Ho visto, infatti, incrociare latitudini e longitudini assolutamente diverse con solitudini molto simili e con destini coincidenti ma non egualmente conosciuti. Mohamed era nato su una stuoia, quella dove era stato concepito. Mentre succhiava il primo latte, lo avevano salutato, scalze su quella stuoia, le tre sorelline, nate pochi anni addietro nella stessa capanna. C'era odore acre di legno affumicato e di burro rancido per ungere i capelli. Ombra di pietre a secco e raggi polverosi di sole e mosche che entravano da fuori. Intorno alla sua, poche altre capanne, ai bordi remoti di un villaggio dell'interno. Chi non aveva mezzi, neanche per una pur sconnessa casetta in mattoni, da costruire lungo la strada principale, una pista di sabbia e ghiaia, doveva andare ad abitare lontano; soprattutto lontano dal posto di polizia e dal municipio, fatiscenti uno di fronte all'altro, con in mezzo il pennone arrugginito e la bandiera sdrucita, schiaffeggiata dal vento. Ciò che circondava tutto questo poco, erano colline e poi montagne, ricche di sassi, scarse di uomini e piante. Mohamed, crescendo, aveva percorso in silenzio i sentieri e gli ued, i fiumi in secca, badando da solo le poche capre che avevano. Suo padre, che altri mestieri non aveva potuto insegnargli perché altri non ne conosceva, un giorno decise di andarsene. Ma prima divorziò. Non riusciva a mantenere la famiglia e per orgoglio, rabbia e vergogna verso la moglie esasperata, che chiedeva più cibo per i figli, rese legale il divorzio informandone il villaggio e se ne andò. Mohamed lo seppe dalle sorelle quando tornò dal pascolo, mentre il sole tramontava. Pianse a lungo, perché poteva farlo, essendo ancora un bambino. Il giorno dopo, in silenzio e come sempre solo, tornò sui sentieri con le capre, sentendosi ancora più solo. Fatuma, la sorella primogenita di Mohamed, andò a cercare lavoro in città. Riusciva solo a vendere spremuta di arance da un banchetto sulla strada. Però riuscì anche a sposarsi con un disoccupato che intanto le diede due figli e una baracca. Questo marito, che mai trovava lavoro, cominciò a esigere il guadagno delle arance per comprarsi le foglie di khat, prima per sé e a volte anche per gli amici. Fatuma sopportava in silenzio, ma come sempre diceva, con i tagli nel cuore. Dopo un anno ospitò Hawa sua sorella, la seconda, dal carattere più forte di tutte, anche lei in città per sudarsi un destino migliore. E piangendo e tenendo Hawa per mano, finalmente Fatuma urlò il suo divorzio al marito che, gridando e sputando, se ne andò, con la guancia gonfia di khat. Hawa cominciò a sudarsi il destino migliore pulendo le case dei bianchi e lei, dal carattere più forte di tutte, giurò a se stessa, e mantenne, che mai si sarebbe sposata. Fatuma viveva con Hawa e insieme poi accolsero Aisha, la terza sorella, che cercava il futuro in città; Fatuma e Aisha spremevano insieme le arance, poi Aisha si sposò e fece in breve tre figli, con un uomo che andava, a richiesta, a sgozzare e squartare le capre. Ma se non era per Hawa, che guadagnando dieci volte di più, aiutava sorelle, nipoti, la madre e Mohamed al villaggio, la vita sarebbe stata molto più dura. Mohamed cresceva ancora sui pascoli e di ritorno al villaggio, con i fischi del vento alle tempie, a volte udiva i sussurri malvagi dei jinn, gli spiriti maligni nascosti tra i sassi. Credeva di udire anche la voce del padre che li scacciava per lui e allora, tranquillo, arrivava alla vecchia capanna. Persino Mohamed riuscì a vent'anni a sposarsi, con l'aiuto di Hawa e delle sorelle, e fecero insieme la cerimonia al villaggio. Voleva anche trovare un lavoro per offrire una vita migliore alla sposa, la giovane Hamza. Però dopo il primo arrivarono altri due figli ma non il lavoro. Chi poteva o voleva offrire o insegnare un lavoro, in un piccolo villaggio, dove tutti erano uguali nell'essere nati nel posto sbagliato? Una sera, mentre il sole calava, Mohamed udì i sussurri dei jinn che però quella volta non se andarono. Quando arrivò alla capanna la madre lo accolse con la notizia della morte del padre, solo, in un altro paese lontano. Da allora Mohamed cominciò a parlare di continuo a suo padre, gli faceva domande con rabbia, lo pregava e gli ordinava di trovargli un lavoro, lo invocava contro gli spiriti. Ma per tutti, in realtà, parlava da solo. Hamza, via via più angosciata, sperava col tempo guarisse; ma invece era sempre più insidiato dai jinn, senza più la voce del padre. E una sera finalmente riudì quella voce. Gli disse di liberare Hamza dagli artigli dei jinn che erano dentro di lei, e così fece Mohamed dal cuore ingabbiato. Venti o più pugnalate ed era tutto finito: i sussurri, la voce, la rabbia e la vita di Hamza. Un anno da solo rimase in prigione, mentre la gabbia del cuore piano piano si apriva. Un anno di pena per Hawa, dal carattere più forte di tutte, mentre raccoglieva in moneta il valore della vita di Hamza. Perché così dicono le Leggi dello Stato e del Clan: raggiunto l'accordo tra le famiglie si possono calare gli anni di pena, soprattutto quando la colpa è dei jinn. Mohamed era tornato al villaggio, dalla madre che cresceva i nipoti senza la mamma. Per tre anni non sentì più sussurri maligni né la voce del padre, ma solo il vento alle tempie e la voce del cuore. Per tre anni tornò a pascolare le capre, Mohamed, uomo dal futuro di un giorno per volta. Cinquanta centesimi, un euro o un euro e mezzo al massimo. Così puoi guadagnare in un giorno intero di lavoro occasionale, da trasformare in razione di sopravvivenza e da dividere anche con altri, fino al futuro del giorno dopo. Così puoi guadagnare se, trovato un lavoro di un giorno, sei uno dei 300.000 nati in un posto assolutamente sbagliato come la baraccopoli, senza fogne, né luce, né acqua. O in un villaggio dell'interno, posto altrettanto sbagliato per nascere, ma sicuramente più bello e paradossalmente più sano di una baraccopoli. L'anno scorso a marzo, giorno più giorno meno, c'era molta tensione qui per il clima politico interno, sull'onda della "primavera" araba che stava nascendo in altri Paesi. La protesta era cresciuta in seno a una debolissima opposizione, non rappresentata in Parlamento, che però, un mese prima, era riuscita ad organizzare una manifestazione. Si manifestava contro il presidente che tentava la rielezione, ma anche contro il governo e la sua incapacità di fermare la crisi e l'aumento incessante del costo della vita; questo nonostante il grande flusso di denaro che comunque entrava, ed entra, nelle casse dello Stato. Purtroppo si arrivò a uno scontro con molti feriti e almeno tre morti; le proteste furono poi tutte fermate. Il presidente venne comunque rieletto con maggioranza assoluta e il costo della vita continuò a crescere. “Non ho lavoro, sono un essere inutile e un assassino”. Questo, tre anni dopo, Mohamed, uomo che aveva finito il futuro, diceva in un pomeriggio di metà dicembre. Poi si rovesciò sulla testa una tanica di benzina e si diede fuoco nella piazza, mentre il sole tramontava. Purtroppo non morì subito, almeno non il suo corpo. L'ambulanza percorse più di un'ora atroce di strada per arrivare all'ospedale in città, dove non poterono fare nulla. Là, in rianimazione, permettevano ad Hawa di visitarlo tutti i pomeriggi, come quando era in prigione. Usciva dal lavoro portando costose pomate, da spalmare dolcemente sulla pelle che non c'era più. Piangendo, lei dal carattere più forte di tutte, fissava i brandelli di vita cadere nel letto. Per venti giorni acquistò pomate e le spalmò sul corpo di quello che era stato il suo fratellino, che mai più avrebbe avuto un futuro ma che aveva ormai solo il presente dei giorni che finivano. Hawa si occupò di Mohamed fino alla fine, quando il sole nel suo cuore tramontò, poco più di un anno fa, nel gennaio 2011. Questo era quanto sapevo di Mohamed A., abitante di un piccolo villaggio dell'interno desertico di Gibuti, una baraccopoli nel vuoto pieno del nulla. Conosco la latitudine e la longitudine della capanna del suo villaggio, ho provato a immaginare la solitudine che so che ha provato, ho raccontato quanto ho appreso della sua vita. Invece non sapevo molto di Mohamed Bouazizi, se non quello che avevo letto sui giornali. Mohamed Bouazizi era l'ambulante tunisino che, il 17 dicembre 2010, si era dato fuoco per disperata protesta contro i soprusi subiti dalla sua povertà senza diritti. Morì il 4 gennaio 2011 per le conseguenze delle ustioni. Con il suo gesto tragico aveva innescato la rivolta tunisina e, simbolicamente, anche le rivolte contro le dittature e i costi sempre più alti del cibo in altri Paesi vicini. Di lui si possono sapere latitudine e longitudine del suo villaggio, si può provare a immaginare la sua solitudine ma, credo, senza riuscirvi e si può leggere quanto si è saputo della sua breve vita e delle conseguenze del suo gesto per migliaia di persone. Incredibilmente nello stesso periodo di metà dicembre 2010, anche Mohamed A. aveva compiuto lo stesso gesto suicida con la stessa disperata ineluttabilità, con la stessa follia di chi non vede il presente perché sa bene che presente non c'è più. Ai funerali di Mohamed A. parteciparono i pochi abitanti del villaggio, i parenti e l'anziana madre, con ancora gli avambracci fasciati per le ustioni. Lei era presente e aveva cercato, a mani nude, di spegnere le fiamme. Ai funerali di Mohmed Bouazizi parteciparono migliaia di persone e il resto è storia, non ancora finita. A Gibuti la morte di Mohamed A. non ha innescato nulla perché qui la Storia sta seguendo e seguirà, forse, altre strade. Nel mondo e a Gibuti, che pure ha un telegiornale trasmesso quattro volte in somalo, afar, francese e arabo e anche nel linguaggio dei segni, del suicidio di Mohamed A., un uomo nato e morto nel posto sbagliato, non si è saputo nulla. Forse fino a ora. Stefano Sanfilippo
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Di Steve (del 12/01/2012 @ 15:00:18, in Notizie, linkato 116 volte)
All'alba del 11-01-2012 la ciurma Crewforafrica composta da Mirko, Paolo, Salvatore e Stefano è partita in direzione LaSpezia per portare un camion pieno di aiuti umanitari per l'Ospedale Balbalà e per la Scuola Miriam di Gibuti. Il suddetto camion era stato caricato il giorno prima anche con il prezioso aiuto di Gianni che non ha potuto partecipare al viaggio . Alle 12.00 in punto, arrivati al magazzino di La Spezia, siccome agli scaricatori locali era già caduta la cazzuola (metafora per dire che avevano già finito di lavorare essendo già orario di pranzo...) la ciurma di Crewforafrica ha prontamente risposto recandosi a prendere l'aperitivo prima di recarsi al pranzo a sua volta...Dalle 14 alle 16 è stato poi scaricato un carico totale di ben 204 colli di vario genere tra arredi, presidi sanitari e cancelleria scolastica. In un mese circa questo carico raggiungerà Gibuti via nave. Grazie a tutti e al prossimo viaggio! Stefano
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Di Steve (del 06/01/2012 @ 09:33:00, in Eventi, linkato 122 volte)

QUANDO: domenica 8 gennaio, dalle 8.00 alle 14.00

DOVE: a Loiano (appennino bolognese), in piazza Ubaldino, centro storico

COSA: troverete ottimo vin brulè dell'Enoteca Bengodi, caldarroste (col famoso marrone biondo d.o.p. di Loiano), torte e crostate con tè caldo speziato!

PERCHE' : con una piccola offerta potete sostenere le attività di ben due associazioni contemporaneamente e cioè la Croce Rossa di Loiano e l'Onlus Crewforafrica. E poi ancora mercatino di spezie, artigianato africano, oggettistica e altro! Vi aspettiamo ! I volontari di Crewforafrica.

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Di Steve (del 02/01/2012 @ 20:07:21, in Notizie, linkato 198 volte)
Ciao a tutti. Scusate ma ci siamo accorti di un errore nei dati IBAN riportati anche su questo sito. I dati esatti sono i seguenti: IT 04 L 08672 36940 010000011912 Cioè, rispetto a quanto scritto attualmente manca lo zero tra la T e 4. Provvederemo al più presto alla correzione. Ancora auguri a tutti. Stefano
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Di Steve (del 31/12/2011 @ 00:52:45, in Notizie, linkato 66 volte)
A tutti voi i nostri sinceri auguri per un nuovo anno 2012 da rendere migliore giorno per giorno, perchè solo ognuno di noi, con l'aiuto di ognuno di noi, può farlo. I volontari di Crewforafrica Onlus P.S. ...non dimenticate di rinnovare la quota sostenitrice per il sostegno a Crewforafrica: contattate chi di noi vi ha compilato il modulo con la tesserina arancione, donate la vostra quota, oppure anche tramite bonifico di 15 euro con le coordinate bancarie seguenti: IT 04 L 08672 36940 010000011912 e richiedete il "bollino" adesivo per il 2012. Grazie di cuore
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Di Steve (del 31/12/2011 @ 00:36:22, in Notizie, linkato 145 volte)
Pensavo in questi giorni, precedenti le feste natalizie ormai giunte, che forse la parola più udita quest’anno, da tutti noi, è stata “crisi”, nel senso, ovviamente, di crisi economica. In questo senso è stata usata per giustificare praticamente tutto: dall’aumento del costo della vita alla disoccupazione passando per i licenziamenti, gli scompensi politici e sociali. Addirittura la crisi spiegherebbe perché alcuni Paesi sono in guerra o cominceranno guerre per l’accaparramento delle risorse rimaste, cioè a causa della crisi economica mondiale. Ma questa crisi viene dall’economia stessa, anzi da un certo tipo di economia che da sempre contiene in sé il disequilibrio, a scapito della parte più debole. Peccato però che il disequilibrio, come conseguenza, non va mai a toccare una parte sola ma poi si tira dietro anche la parte apparentemente più forte. Pensate a una bilancia a due piatti, entrambi vuoti, su cui vengono posti pesi differenti: rotto l’equilibrio entrambi i piatti non sono più in armonia. Ora, leggo su facebook e su internet, che sta girando un pensiero più o meno tagliato, (vi allego in fondo quello più completo che ho trovato), di Albert Einstein sulla crisi; pare, mi fido di internet, che quell’uomo di scienza (e di Coscienza) lo abbia scritto nel 1930, altro anno di crisi economica mondiale. Einstein invita a scoprire il valore della crisi come occasione di progresso perché stimola al cambiamento e all’evoluzione e invita anche a lavorare duro per superarla. Cioè Einstein sta dicendo: la crisi economica ci angoscia? Bene, ricordiamo l’etimologia di crisi che vuol dire analisi, valutazione, occasione per rallentare e ragioniamoci profondamente perché qualcosa di buono salterà fuori, se cerchiamo il cambiamento; se invece rimaniamo nella logica della crisi, cioè ripetiamo gli stessi errori, sprofondiamo nell’incompetenza, così la chiama Einstein, ma per me voleva dire mancanza di Consapevolezza o Coscienza. Oggi i mass media e chi li dirige, invece, sembra ci vogliano convincere che l’unico modo per superare la crisi economica sia ancora di più insistere su un modello sempre più spinto di produzione e di consumi, su uno sforzo maggiore al lavoro. In altre parole lotta alla crisi economica mediante potenziamento del sistema economico, sempre uguale. Cioè continuare negli stessi errori. Non ho potuto fare a meno, tutte le volte che quest’anno udivo la parola crisi, di pensare che da prima della crisi a dopo il suo inizio, non tutti hanno colto la differenza del peggioramento di vita. Ad esempio, pur non dimenticando chi, anche in Occidente, si trova a confrontarsi con problemi gravi, il conoscere come vivono le persone dell’Associazione Genitori e i loro figli della Scuola “Miriam” della baraccopoli di Gibuti mi ha fatto pensare alla “relatività” della percezione di crisi che ci può essere, a seconda del contesto. Credo che chi nasce e cresce in una baraccopoli farebbe fatica a cogliere le varie sfumature di “sopravvivenza” (benessere, un po’ meno benessere, superfluo, lusso, normalità, etc.) che ci sono da noi. Forse riderebbero amaramente. Noi dell’Associazione Crewforafrica Onlus, con l’ aiuto di voi sostenitori, il cui aiuto speriamo continuerà anche nel 2012, vogliamo contribuire a restituire un equilibrio, tramite il nostro impegno per la costruzione in muratura della Scuola “Miriam” a Gibuti. A voi, quindi, e a noi tutti va il nostro sincero augurio di Buon Natale e sereno 2012. Stefano Sanfilippo “Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose.” Albert Einstein (Ulma, 14 marzo 1879 – Princeton, 18 aprile 1955) “Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E' nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere “superato”. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell'incompetenza. L' inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c'è merito. E' nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla."
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Di Steve (del 28/10/2011 @ 00:52:39, in Eventi, linkato 101 volte)

Ognuno di noi ha visto un bimbo. Noi abbiamo voglia di raccontarvi i bimbi come li abbiamo visti e come li vediamo in due Paesi dell’Africa, in Kenya e a Gibuti. Vi invitiamo con grande gioia al nostro spettacolo di MUSICA, CANZONI e LETTURE che racconta di come due associazioni vivono il proprio operare a favore di una piccola parte del FUTURO DI TUTTI, I BAMBINI. Lo spettacolo si svolgerà Venerdì 4 Novembre 2011 alle ore 21.00, presso il Teatro Lazzari di Monterenzio. Per informazioni su prenotazioni e acquisto dei biglietti rivolgersi a Nereide Lembo.

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Di Steve (del 27/07/2011 @ 01:01:15, in Sostenitori solidali, linkato 133 volte)

Aggiorniamo l’elenco dei nostri Sostenitori solidali. I Sostenitori solidali mi piace definirli una categoria un po’ speciale di sostenitori di Crewforafrica Onlus: sono, diciamo così, sostenitori “pesanti” perché le loro donazioni hanno un peso specifico alto, in coincidenza di eventi particolari della loro vita. E’ il caso di Chiara Degan e di Enrico Rizzo, due freschissimi sposi di maggio 2011. Chiara ed Enrico sono amici di Mirko Delfini, uno dei fondatori storici di Crewforafrica Onlus; conoscendo da lui la realtà di Gibuti e i progetti in corso hanno voluto “investire” il costo delle bomboniere del loro matrimonio, trasformandole in un aiuto concreto (300 euro) per la realizzazione della scuola nella baraccopoli. A questi amici vanno le sincere felicitazioni da parte dei volontari di C4A e il ringraziamento dei bimbi della Ecole Miriam, per l’ulteriore passo in avanti fatto per la edificazione della scuola. Grazie di cuore!

 

 

 

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Di Steve (del 24/07/2011 @ 15:50:01, in Notizie, linkato 121 volte)
«L’occhio del mondo si è rivolto a questa crisi solo quando non ha avuto altre distrazioni» è la pesante affermazione di monsignor Giorgio Bertin, amministratore apostolico della Somalia, al telefono da Gibuti. «Questa crisi era ben segnalata, la politica e i media hanno deciso di non metterla in primo piano». La verità ovvia ma non detta è che da vent’anni, da una siccità all’altra, la Somalia è un Paese senza Stato, senza autorità che possa prevenire, pianificare, gestire nessun tipo di intervento. «Si pensa ormai che la Somalia sia una causa persa, c’è una sorta di rassegnazione da parte della comunità internazionale», dice il vescovo di Gibuti. Fame di routine, verrebbe da dire. E infatti sotto questa voce fino a poche settimane fa sono stati catalogati gli allarmi che - almeno dallo scorso ottobre – arrivavano dal Corno D’Africa. L’hanno fatto giornalisti e organi di stampa, le agenzie umanitarie (l’Onu di Ginevra ha lanciato la prima allerta ufficiale solo il 28 giugno), i cosiddetti “Paesi donatori”, ma anche istituzioni e politici locali. Terribile presupposto: è normale che, ogni anno, colonne di profughi fuggano dalla siccità che investe i territori più aspri della Somalia, il Nord del Kenya, l’Ogaden etiopico. Lì la fame è strutturale, endemica. Ci si è abituati. Periodicamente le organizzazioni umanitarie rinnovano le richieste di aiuto, cambiano data sui comunicati stampa a un contenuto che è sempre lo stesso, c’è il sospetto che gonfino le cifre per far magazzino di fondi. Ora però che si parla della «peggiore siccità degli ultimi 60 anni», la valanga è inarrestabile: oltre 10 milioni di persone sono a rischio di morte per fame, e la carestia si sta allargando a lambire Gibuti, l’Uganda, la Tanzania.
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